Massimo Longhi
20 gennaio 2015

Ancora sulle S.O.S. nella voluntary disclosure

Non che vi fossero particolari dubbi neanche prima (almeno a parere di chi scrive), ma dopo la pubblicazione della Circolare MEF del 9 gennaio 2015 la totalità dei commenti apparsi sulla stampa specializzata concordano nel ritenere che le procedure di voluntary disclosure saranno punteggiate di segnalazioni di operazioni sospette.

Molti continuano peraltro ad associarsi all’istanza di introduzione di uno specifico esonero sulla falsariga di quello previsto dalla disciplina degli scudi fiscali.

La speranza è però destinata ad essere delusa. All’esonero ostano infatti gli standard internazionali (OCSE e GAFI) e i Paesi che in passato hanno tentato parziali sospensioni degli obblighi di collaborazione attiva sono stati costretti dalla pressione degli organismi internazionali a ritornare precipitosamente sui propri passi.

L’esperienza insegna inoltre che l’esonero previsto in occasione degli scudi fiscali fu un vero disastro per i destinatari che si videro costretti a districarsi in un ginepraio di prassi contraddittorie (Circ. Ade n.43/2009, Circ. MEF 12/10/2009 e 15/02/2010), puntualmente sfociate in ispezioni poco piacevoli.

Qualcuno tenta di distinguere il ruolo dei professionisti da quello degli intermediari.
Mentre vi sono ormai pochi dubbi sul fatto che per gli intermediari l’instaurazione del rapporto continuativo con il cliente “autodenunciante” comporterà nella generalità dei casi l’invio di una segnalazione, per i professionisti si continuano a ricercare esimenti generiche o specifiche.
Ma non pare vi sia spazio per confidare sullo specifico esonero dalla segnalazione previsto dall’art.12, comma 2.

La voluntary disclosure non è un procedimento giudiziario. Il professionista non svolge quindi compiti “di difesa o di rappresentanza in un procedimento giudiziario o in relazione a tale procedimento, compresa la consulenza sull’eventualità di intentare o di evitare un procedimento”.
E’ vero che esiste la possibilità che la procedura origini un contenzioso, ma fondandosi su questo assunto si finirebbe per affermare surrettiziamente che i professionisti non sono mai tenuti a segnalare le operazioni sospette dato che quasi qualsiasi attività assistita dai professionisti può sfociare in un procedimento amministrativo, civile, o penale. Sarebbe ovviamente un eccesso.

Resta quindi la possibilità di trincerarsi dietro “l’esame della posizione giuridica del cliente”.
Già a prima vista sembra una linea di difesa piuttosto debole, ma il punto è che il professionista – sopratutto il commercialista – non si limiterà quasi mai ad esaminare solamente la posizione giuridica del proprio cliente, ma gli fornirà con ogni probabilità prestazioni professionali attinenti una serie di altre attività.

Ricordiamo che le prestazioni professionali contemplate dalla disciplina antiriciclaggio sono quelle dell’allegato A al Provvedimento UIC del 24/02/2006. La copiosa elencazione comprende, solo per fare alcuni esempi: l’apertura, chiusura e gestione di conti bancari, la gestione di denaro, strumenti finanziari e altri beni, la costituzione, liquidazione e gestione di società, enti, trust o strutture analoghe e qualsiasi altra operazione di natura finanziaria. Sono tutte attività per le quali presumibilmente il cliente resipiscente richiederà assistenza durante la procedura, per le quali  la legge antiriciclaggio non prevede alcun esonero.

Insomma, non è irrealistico immaginare che ciascuna procedura di voluntary disclosure possa produrre diverse segnalazioni all’UIF. Una per ognuno dei destinatari interpellati dal cliente: il commercialista, l’avvocato, l’intermediario finanziario; più una a cura dell’agenzia delle entrate.
Ciascuna procedura produrrà poi un paio di comunicazioni all’autorità giudiziaria da parte dell’agenzia delle entrate: una alla presentazione dell’istanza, ai sensi dell’art.331 c.p., e una alla fine ai sensi dell’art.5-quater D.L.167/1990. Ovviamente non si può escludere l’aggiunta di un’ulteriore comunicazione alla competente procura da parte di altri soggetti – segnatamente gli intermediari – ai sensi dell’art.709 c.p. La denuncia è infatti un atto distinto dalla segnalazione dell’operazione sospetta e, ove dovuta, va eseguita indipendentemente.

Resta da domandarsi quale sia la finalità di tutto ciò.

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