Massimo Longhi
16 gennaio 2014

Voluntary disclosure: attenzione all’antiriciclaggio

Com’è stato evidenziato da più parti, una delle incognite della procedura di autodenuncia riguardante i capitali occultati all’estero è costituita dagli obblighi di collaborazione attiva assegnati dalla legge antiriciclaggio a professionisti e intermediari, i quali saranno in prima linea nel valutare l’opportunità di segnalare le operazioni come sospette.

Pare assurdo che i professionisti che accompagnino il contribuente nella procedura di autodenuncia all’Ucifi debbano effettuare segnalazioni che, nel migliore dei casi, intaseranno l’Ufficio indagini finanziarie senza produrre alcun utile risultato. L’autodenuncia, infatti, dimostra la volontà di non sottrarre sé o altri alle conseguenze giuridiche delle proprie azioni, cioè di superare lo stesso presupposto logico del riciclaggio.

Ma il tenore letterale del D. Lgs. 231 può condurre ad interpretazioni aberranti.

La nozione del riciclaggio amministrativo (art.2 D.Lgs. 231/2007) non solo è notevolmente diversa da quella penale (art.648-bis c.p.), ma è un territorio in gran parte inesplorato. Essa si sostanzia in una serie di comportamenti fra i quali è compresa anche la mera detenzione dei beni, a patto di essere a conoscenza che essi provengono da “attività criminose”, cioè da qualsiasi delitto o contravvenzione, compresi i delitti tributari. Fra i beni originati da questi ultimi va incluso qualunque vantaggio patrimoniale direttamente derivante dal reato incluso il risparmio di spesa costituito anche, ma non solo, dalle imposte evase (Cass. n.18374/2013). Per gli investimenti provenienti da Paesi black-list bisogna pure tener conto della presunzione di evasione introdotta dall’art.12 D.L. 78/2009.

Insomma, l’operatore intrattenuto da clienti su vicende riguardanti patrimoni detenuti all’estero e non dichiarati che non riesca ad escludere di avere ragionevoli motivi per sospettare che essi possano derivare da attività criminose, a partire dai delitti previsti dagli artt. 2, 3, 4 e 5 del D.L. 74/2000, potrebbe essere costretto ad eseguire una segnalazione, anche perché il rischio è di subire sanzioni che arrivano al 40% dell’importo dell’operazione non segnalata.

Il fatto che possa essere decaduta l’azione di accertamento dell’amministrazione finanziaria non incide sugli obblighi di segnalazione. Sul piano penale l’estinzione del reato tributario – ad esempio per prescrizione – non estingue (art.170 c.p.) i reati di cui esso può essere presupposto, a partire dal riciclaggio. Sul piano amministrativo non è mai stato chiarito se l’eventualmente intervenuta prescrizione del reato presupposto cancelli la “criminosità” dell’origine dei beni, spazzando quindi il terreno dal presupposto della segnalazione all’UIF.

Né sarebbe d’aiuto l’approvazione della proposta, avanzata dalla Commissione Greco e ripresa da bozze circolate insieme alla legge di stabilità, di escludere la punibilità – ma non di estinguere il reato – dell’omessa o infedele dichiarazione in caso di autodenuncia.

L’obbligo di segnalazione non sarebbe escluso neppure dall’attivazione della magistratura su iniziativa dell’UCIFI, perché la segnalazione va effettuata indipendentemente dall’eventuale denuncia all’autorità giudiziaria (Bankitalia, Indicatori di anomalia, 2010)

L’origine dei beni va ugualmente valutata anche nel caso in cui all’operatore si rivolgano gli eredi. Anche il riciclaggio amministrativo può infatti avere ad oggetto beni originati da condotte di terzi, compresi i congiunti, alle quali non si è concorso.

Problemi analoghi furono affrontati in occasione delle operazioni di emersione dello scudo fiscale. Il ministero dell’economia (Circ. 15 febbraio 2010) ebbe modo di sottolineare che le operazioni di rimpatrio dovevano essere considerate ad alto rischio di riciclaggio, richiedendo che intermediari e professionisti acquisissero informazioni e riscontri documentali sulla costituzione dei capitali oggetto di rientro, atti a ricostruire l’origine degli stessi. Ma in quell’occasione professionisti e intermediari erano espressamente esonerati dall’obbligo di segnalazione per le ipotesi di reato sanate dallo scudo (art.13-bis, comma 3, D.L. 78/2009).

Se non sarà introdotta una norma analoga per le voluntary disclosure, bisognerà cercare di risolvere la questione approfondendo se, e in che modo, l’autodenuncia possa incidere sugli elementi soggettivi del riciclaggio amministrativo in coerenza con i principi del diritto penale.

Per i professionisti il rischio può essere temperato dal secondo comma dell’art. 12 della legge antiriciclaggio che in certi casi esclude l’obbligo di segnalazione. Ma per gli intermediari, ai quali pure il cliente dovrà prima o poi rivolgersi, l’esimente non vale.

Il sistema ha nel tempo accumulato esperienze e la sensibilità degli operatori è oggi assai acuita, anche a causa delle incertezze applicative che sono proprie dell’approccio basato sul rischio. Per questo sarebbe quanto mai opportuno un intervento normativo o quantomeno una chiara e approfondita guida delle competenti autorità per assistere i destinatari della legge antiriciclaggio nel corretto adempimento dei propri obblighi.

 

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