Piergiorgio Valente
26 marzo 2013

Tax planning aggressivo. Conseguenze dell’erosione della base imponibile e del “profit shifting” secondo l’OCSE

L’erosione della base imponibile rappresenta un notevole rischio per il gettito degli Stati, la loro sovranità e l’equità fiscale. È quanto emerge dal Rapporto “Addressing Base Erosion and Profit Shifting” (“Rapporto dell’OCSE”), pubblicato dall’OCSE in data 12 febbraio 2013.

Una delle cause dell’erosione della base imponibile è costituita dal cd. “profit shifting”. Erosione della base imponibile e “profit shifting” (“Base Erosion and Profit Shifting” – BEPS) è questione di pressante attualità per la maggior parte degli Stati della comunità internazionale ed è oggetto di studio e approfondimenti a livello OCSE.

Secondo il Rapporto dell’OCSE, i principi accolti a livello internazionale, i quali derivano dalle best practices proprie dei diversi ordinamenti, non sono stati in grado di seguire i significativi cambiamenti che hanno interessato, soprattutto negli ultimi anni, i diversi settori economici. Le norme di fiscalità internazionale contenute negli ordinamenti nazionali sono principalmente espressione di un cd. “economic environment” caratterizzato da uno scarso livello di “integrazione economica transfrontaliera”. Esse appaiono poco inclini a disciplinare fenomeni in cui sono coinvolti “contribuenti globali” (“global taxpayers”), o operazioni in cui assumono crescente importanza la proprietà intellettuale, quale “value-driver”, e le tecnologie connesse alla comunicazione.

L’interazione tra i diversi regimi fiscali esistenti può comportare situazioni di cd. “sovrapposizione” nell’esercizio dei diritti da parte dei contribuenti, con conseguenti rischi di doppia imposizione. Le attuali disposizioni nazionali e internazionali, le quali trovano origine nei principi sviluppati dalla Lega delle Nazioni negli anni venti, hanno l’obiettivo di ridurre i casi di doppia imposizione, causa di distorsioni che limitano fortemente una crescita economica sostenibile. Il Rapporto dell’OCSE rileva tuttavia che dall’interazione di legislazioni fiscali diverse possono derivare “gaps” che offrono l’opportunità ai contribuenti di eliminare o ridurre in modo significativo il livello di imposizione sul reddito, con modalità che appaiono non coerenti con gli obiettivi delle disposizioni e dei principi di fiscalità internazionale.

Mentre, da un lato, le imprese multinazionali denotano un interesse per lo sviluppo di standard fiscali internazionali diretti ad “alleviare” la doppia imposizione derivante dalle differenze che si registrano tra i diversi regimi fiscali nazionali, dall’altro, sempre più frequentemente sfruttano le suindicate differenze con lo scopo di ridurre in modo considerevole l’imposizione sul reddito.

Il Rapporto dell’OCSE illustra gli studi effettuati e i dati disponibili su portata ed estensione del fenomeno ed offre una overview degli sviluppi registratisi a livello globale in tema di tassazione del reddito delle persone giuridiche.

Viene inoltre effettuata un’analisi:

  • dei principi-chiave che costituiscono il fondamento della tassazione delle attività transfrontaliere;
  • delle opportunità che tali principi offrono al fenomeno del “base erosion and profit shifting”;
  • delle più importanti “corporate structures” e delle questioni ad esse connesse.

Si evidenzia la necessità di interventi specifici diretti a migliorare la trasparenza sul livello effettivo di imposizione delle imprese multinazionali e si individuano, a tal fine, le seguenti aree critiche:

  • hybrid mismatch arrangements e arbitraggi (cfr. http://piergiorgiovalente.postilla.it/2012/04/16/hybrid-mismatch-arrangements-le-raccomandazioni-dellocse/);
  • applicazione di principi e disposizioni convenzionali ai redditi derivanti da transazioni aventi ad oggetto “digital goods” e servizi;
  • trattamento fiscale del debt-financing tra parti correlate, captive insurance e delle altre transazioni finanziarie infragruppo;
  • transfer pricing, con riferimento particolare alle questioni riguardanti:
    • o lo “splitting artificiale” della proprietà degli assets tra entità appartenenti allo stesso gruppo;
    • o le transazioni tra entità che difficilmente sono rinvenibili tra parti indipendenti;
  • l’effettività delle misure anti-abuso, in particolare, della clausola anti-abuso generale (“GAAR”), dei regimi CFC, delle disposizioni sulla thin capitalization, delle norme dirette a prevenire l’abuso delle disposizioni convenzionali;
  • la presenza di “harmful preferential regimes” (“regimi fiscali dannosi”).

Il Rapporto dell’OCSE rileva che gli schemi di pianificazione fiscale attuati dalle imprese multinazionali sono divenuti particolarmente aggressivi nel corso degli ultimi anni. L’OCSE intende approfondire gli studi in tema di “aggressive tax planning”, mentre molte Amministrazioni finanziarie, sulla base delle conclusioni ad oggi raggiunte a livello internazionale in merito al citato fenomeno, stanno migliorando tecniche e performance connesse alle verifiche fiscali nei confronti dei contribuenti-imprese multinazionali.

Per approfondimenti, cfr. Tax planning aggressivo. Il Rapporto OCSE “Addressing Base Erosion and Profit Shifting” di Piergiorgio Valente, in Il fisco n. 12/2013; L’erosione della base imponibile e il profit shifting, di Piergiorgio Valente, in Il Quotidiano Ipsoa, 18 febbraio 2013 (http://www.piergiorgiovalente.it/tools/elenco/Pubblicazioni.asp?r=580&a=4820&s=7306&v=4107&t=16).

© Piergiorgio Valente
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3 Commenti a “ Tax planning aggressivo. Conseguenze dell’erosione della base imponibile e del “profit shifting” secondo l’OCSE ”

  1. Marco Piazza scrive:

    La sentenza della Cassazione n. 2869 del 7 febbraio 2013 fissa una serie di consolidati e condivisibili, criteri per individuare la residenza fiscale effettiva di una società, basandosi, fra l’altro, sulla giurisprudenza comunitaria. Ma alla fine “bacchetta” la Commissione Regionale, per non aver adeguatmente valutato gli indizi di esterovestizione contenuti nell’accertamento.
    Per la Cassazione, l’accertamento dell’assenza di esterovestizione della società era sorretto, nella decisione di secondo grado, esclusivamente dalla pura e semplice qualificazione come “sporadici” degli “atti dedotti dagli accertatori”. La motivazione della sentenza era quindi apodittica o, comunque, chiaramente non esaustiva, in assenza di qualsivoglia argomentazione «sia in ordine alle ragioni in virtù delle quali il giudice è pervenuto ad una tale definizione, sia in merito alla natura ed alla connessa valenza probatoria degli atti medesimi (…) laddove, l’individuazione del luogo della “sede effettiva” di una società richiede un’indagine esaurientemente motivata in relazione a vari elementi indizianti (…)». Nel caso, la detentrice del 99,9% del capitale della società lussemburghese era una società stabilita in Italia; qui risiedevano due membri, su tre, del consiglio di amministrazione; più volte le delibere del c.d.a. ed altre decisioni di rilievo venivano prese in riunioni tenutesi in Italia e non in Lussemburgo.
    Conclusione: sentenza cassata e rinvio del giudizio ad altra sezione della Regionale.
    Una cosa è certa: l’accertamento della residenza fiscale di una società con sede legale all’estero (da cui possono discendere rilevanti conseguenze sul piano tributario) è una questione essenzialmente di fatto e come tale estremamente soggetta agli umori del giudice. Spesso, tra l’altro, accade che le holding lussemburghesi siano ritenute così artificiose da essere soggetti fittiziamente interposti.
    Così, per un italiano, non solo è diventato molto complicato e rischioso esterovestire una società, ma anche controllare una società genuinamente non residente.

  2. Piergiorgio Valente scrive:

    Google ha trasferito 8,8 miliardi di euro alle Bermuda durante il 2012

    http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-10-11/google-trasferito-miliardi-euro-114724.shtml?uuid=AbQdxpsI

  3. Mirko scrive:

    Mi chiedo se l’ammininistrazione fiscale idomestica possa contestare la sede di direzione effettiva di una società estera, stabilendola in un altro paese estero, per ritenere non applicabile una determinata convenzione.

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